post-terremoto: “prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”
Dopo il terremoto del Friuli del 6 maggio 1976, di 6,5 gradi della scala Richter, mons. Alfredo Battisti, arcivescovo di Udine, dichiarò il 12 maggio: “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese”.
Oggi, dopo il terremoto di Amatrice e di Norcia, impressiona l’insistenza con cui i mezzi di comunicazione sottolineano la perdita del patrimonio culturale e artistico, delle case distrutte, trascurando i problemi primari dei produttori agricoli e artigiano-industriali.
Certo per l’Italia le opere d’arte, le chiese, i musei sono un vanto, una risorsa turistico-culturale di estremo valore per la civiltà, ma c’è da sottolineare come sia l’economia produttiva, in ultima analisi, che può dare vita e sostenere sia le comunità, sia la scuola, i servizi e le opere d’arte etc.
Nella zona del cratere del terremoto attorno a Norcia-Amatrice ci sono 40.000 occupati in attività produttive. Se questi non lavorano sono 40.000...