Pace, energia e democrazia economica: l’Italia non sia ostaggio delle guerre
La crisi tra Iran e Stati Uniti, con lo Stretto di Hormuz al centro della tensione internazionale, non è una questione diplomatica lontana. Riguarda direttamente il pane, il lavoro, il costo dell’energia, la sicurezza delle famiglie e l’autonomia dell’Italia.
Mentre le delegazioni di Washington e Teheran discutono in Svizzera e i mediatori annunciano canali tecnici per evitare incidenti nello Stretto di Hormuz, il mondo resta appeso alla possibilità che una crisi militare si trasformi in una crisi energetica globale. Lo Stretto di Hormuz non è una semplice linea su una carta geografica: è uno dei punti attraverso cui passa una parte decisiva dell’energia mondiale. Quando la pace dipende da un collo di bottiglia controllato da potenze militari e interessi petroliferi, significa che il sistema economico globale è fragile, ingiusto e pericoloso.
MDE ritiene che l’Italia debba assumere una posizione chiara: lavorare per la pace, per la mediazione diplomatica e per la riduzione della dipendenza energetica da aree di conflitto. Non possiamo continuare a costruire la sicurezza nazionale sulla subordinazione militare, sulla fedeltà a blocchi geopolitici o sulla speranza che altri decidano per noi.
La vera sicurezza nasce da comunità forti, territori autosufficienti, energia rinnovabile, economia cooperativa e pianificazione locale. Quando un Paese dipende da rotte energetiche instabili, da multinazionali dell’energia e da decisioni prese fuori dai propri confini, quel Paese non è realmente libero.
Sul piano internazionale, però, questa prospettiva richiede istituzioni adeguate: prima un’Europa democratica, sociale e autonoma; poi un governo mondiale federale, rispettoso delle autonomie locali, della cooperazione tra i popoli e dell’uso razionale delle risorse comuni. Altrimenti le crisi resteranno nelle mani di potenze militari, finanza e multinazionali.
Secondo i principi del Prout, le risorse del pianeta non possono essere trattate come proprietà assoluta di pochi soggetti economici o geopolitici. Devono essere utilizzate razionalmente, distribuite in modo giusto e orientate al benessere collettivo. Le necessità fondamentali — cibo, casa, vestiti, cure mediche ed educazione — devono essere garantite a tutti e progressivamente migliorate.
Per questo MDE propone una risposta concreta alla crisi: accanto agli appelli alla pace serve un cambio di modello economico. L’Italia deve investire in comunità energetiche, cooperative di produzione, filiere locali, agricoltura integrata, trasporti pubblici, riqualificazione energetica degli edifici e controllo pubblico non-profit delle infrastrutture strategiche. La democrazia economica non è un ideale astratto: è la condizione materiale per non essere ricattabili.
La Cooperazione Coordinata, al centro della proposta di MDE, significa organizzare l’economia locale attraverso rapporti di parità tra lavoratori, piccole imprese, cooperative, banche cooperative e amministrazioni territoriali, superando tanto la subordinazione al capitale privato quanto la burocrazia statale centralizzata.
La crisi di Hormuz ci ricorda che la guerra colpisce chi vive sotto le bombe e raggiunge anche chi paga bollette più alte, chi perde lavoro per l’aumento dei costi, chi vede ridursi salari e servizi pubblici mentre crescono spese militari e profitti speculativi.
MDE chiede quindi al governo italiano tre impegni immediati: sostenere ogni canale diplomatico per la pace; rifiutare ogni coinvolgimento militare non difensivo; avviare un piano nazionale di democrazia economica ed energetica fondato su cooperative, autonomie locali e massima utilizzazione delle risorse per il bene comune.
La pace non è passività. È costruzione attiva di giustizia, lavoro, autonomia e cooperazione. Un Paese che vuole la pace deve liberarsi dalla dipendenza economica che rende la guerra conveniente per pochi e disastrosa per tutti.
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