Lavoro, salari e sudditanza economica: la risposta di MDE al monito di Mattarella
Un appello che non può restare inascoltato
Nel suo intervento del 30 aprile, alla vigilia del Primo Maggio, il Presidente Sergio Mattarella ha pronunciato parole che pesano come macigni: «Salari inadeguati sono un grande problema per l’Italia». I dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sono impietosi: i salari reali italiani sono inferiori a quelli del 2008. Un’intera generazione lavora ma si impoverisce. E i giovani, anche i più qualificati, emigrano.
Questo grido d’allarme conferma l’urgenza di un cambiamento radicale dell’intero sistema economico.
Lavoro e dignità: due volti della stessa moneta
Il lavoro non è una merce da negoziare al ribasso. È un diritto umano, il mezzo con cui ogni persona contribuisce alla società e costruisce la propria libertà. In una vera democrazia, tutti devono avere accesso ai mezzi per vivere una vita dignitosa.
Le risorse fondamentali non sono proprietà privata assoluta: appartengono all’intera collettività e devono essere gestite in modo responsabile per il bene comune.
Salari bassi: una strategia sistemica
Oggi quasi la metà dei lavoratori italiani ha un contratto scaduto. Anche quando i salari sembrano salire, l’inflazione li erode. È una spirale voluta: ritardare i rinnovi contrattuali, minimizzare gli aumenti, mascherare la realtà con dati parziali. Non è un disguido tecnico, ma una strategia di contenimento salariale al servizio dell’accumulazione privata.
La trappola della competizione globale
La competizione con Paesi che esportano a prezzi artificialmente bassi, grazie a cambi controllati e salari minimi, erode la capacità produttiva interna e crea dipendenza economica. Così le economie locali sono costrette a svalutare il lavoro umano per restare sul mercato.
Economia locale prima, esportazione solo del sovrappiù
Per MDE, il principio dell’autosufficienza è centrale. Le comunità devono produrre principalmente per il consumo locale. Il sovrappiù, cioè ciò che eccede i bisogni essenziali della comunità, può essere esportato. L’obiettivo non è la crescita illimitata, ma la sicurezza economica e l’equilibrio ecosistemico.
Tutto ciò che può essere prodotto localmente deve essere escluso dal mercato, eliminando la dipendenza da importazioni inutili e rafforzando le filiere interne. Questo approccio, applicato territorialmente, ricostruisce le economie locali e tutela il lavoro.
Una via d’uscita: cooperazione e pianificazione locale
La proposta di MDE è netta: uscire dalla logica del profitto e costruire un’economia cooperativa e pianificata localmente. Le imprese devono trasformarsi in cooperative dove i lavoratori siano anche decisori, e le economie locali devono autogestirsi con strumenti di programmazione partecipata.
Salario minimo? Sì, ma come transizione
Sosteniamo il salario minimo legale come misura d’emergenza. Ma la soluzione profonda è legare i salari alla produttività reale delle comunità locali, non ai capricci del mercato globale. Serve una remunerazione dinamica: chi lavora deve godere dei frutti del suo impegno, e a tutti devono essere garantite le necessità fondamentali della vita.
La sicurezza è un diritto, non un costo
Non si può parlare di dignità del lavoro ignorando le morti sul lavoro. Né si può tollerare il caporalato o le disparità salariali tra italiani e migranti. Il lavoro deve essere sicuro, regolare, equamente retribuito. La vita umana ha un valore inalienabile, superiore a ogni logica di profitto.
L’alternativa c’è. Si chiama Democrazia Economica
I salari bassi non sono il problema, ma il sintomo. Il vero problema è un modello economico basato sullo sfruttamento, sulla competizione tra poveri e sull’accumulazione senza limiti. Il Movimento per la Democrazia Economica propone una rivoluzione radicale: dare il potere economico a chi lavora, costruire una società cooperativa, fondare una nuova etica produttiva.
È tempo di agire. Insieme.
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