Dopo Starmer. Senza democrazia economica la stabilità politica è un’illusione

Il Regno Unito cambia ancora guida, ma il problema attraversa tutta l’Europa: il voto non basta quando cittadini e lavoratori restano esclusi dalle decisioni economiche.

Il 22 giugno Keir Starmer ha annunciato le proprie dimissioni da leader del Labour e da primo ministro britannico. Starmer lascia meno di due anni dopo la grande vittoria elettorale del luglio 2024, aprendo una nuova fase di incertezza politica nel Regno Unito.

Sarebbe però riduttivo interpretare tutto come il fallimento personale di un leader o come una crisi interna al Labour. La vicenda britannica mostra qualcosa di più profondo: una democrazia può cambiare frequentemente governo senza modificare il luogo nel quale vengono assunte le decisioni economiche fondamentali.

I cittadini votano, ma raramente possono decidere come vengono impiegati i capitali, quali imprese ricevono credito, dove viene localizzata la produzione, come si distribuiscono gli aumenti di produttività e quali servizi devono essere sottratti alla logica del profitto.

Cambiano i ministri, mentre il potere economico continua a essere esercitato da una minoranza.

La crescita che non diventa sicurezza

Nel proprio discorso di dimissioni Starmer ha rivendicato alcuni risultati economici e sociali, tra cui l’aumento dei salari, la riduzione delle liste d’attesa sanitarie e il rafforzamento dei diritti del lavoro.

Alcuni risultati possono essere riconosciuti. Tuttavia, una somma di provvedimenti positivi non costruisce necessariamente una nuova direzione politica.

L’economia può crescere nelle statistiche senza generare una percezione diffusa di sicurezza materiale. Le persone non vivono dentro il prodotto interno lordo. Vivono dentro il salario che rimane dopo aver pagato l’affitto, le bollette, il cibo, i trasporti e le cure.

Quando la politica parla di stabilità finanziaria, competitività e fiducia dei mercati, mentre milioni di cittadini non vedono migliorare la propria vita quotidiana, si produce una frattura tra il linguaggio delle istituzioni e l’esperienza concreta della popolazione.

In quella frattura crescono l’astensione, la sfiducia e il voto di protesta. Non perché le persone siano incapaci di comprendere la complessità, ma perché comprendono perfettamente di non avere un controllo reale sulle condizioni materiali della propria esistenza.

La democrazia non può fermarsi davanti ai cancelli delle aziende

Il limite delle socialdemocrazie europee non consiste soltanto nell’aver moderato i propri programmi. Il problema più grave è aver rinunciato a trasformare i rapporti di potere nell’economia.

Si è cercato di redistribuire una parte della ricchezza dopo che essa era stata prodotta, ma si è evitato di discutere chi decide durante la produzione. Si sono regolati alcuni effetti del capitalismo, lasciando quasi intatta la concentrazione della proprietà, del credito e del potere industriale.

La democrazia economica parte da una domanda semplice: perché chi trascorre una parte rilevante della propria vita in un’impresa dovrebbe essere escluso dalle decisioni che riguardano quell’impresa?

MDE propone la Cooperazione Coordinata: non la falsa cooperazione utilizzata per ridurre salari e diritti, ma una relazione fondata sulla dignità sostanziale di chi lavora, dirige e organizza la produzione.

A livello territoriale, cooperative, piccole imprese, banche cooperative, amministrazioni e organizzazioni dei lavoratori dovrebbero collaborare alla pianificazione dell’economia locale.

Non significa sostituire ogni iniziativa con una burocrazia centrale. Significa costruire una pluralità economica ordinata al bene comune: piccole imprese private nella loro dimensione appropriata, cooperative dei lavoratori come struttura principale della produzione e settori strategici amministrati nell’interesse collettivo.

Prima le necessità fondamentali e il potere d’acquisto

Secondo la visione del PROUT, una società ha il dovere di garantire a ogni persona le necessità fondamentali dell’epoca. La vitalità di un sistema economico si misura nella sua capacità di innalzare progressivamente il livello minimo di vita, utilizzando le risorse disponibili nel modo più ampio e distribuendole razionalmente.

Da questa prospettiva, il successo economico non dovrebbe essere giudicato principalmente dalla crescita del PIL, dall’andamento della Borsa o dalla ricchezza media.

Il criterio fondamentale deve essere l’aumento concreto e continuativo del potere d’acquisto della popolazione.

Cibo, abitazione, vestiario, sanità e istruzione non sono concessioni assistenziali. Sono le condizioni materiali senza le quali la libertà e la partecipazione politica diventano puramente formali.

La garanzia di queste necessità deve derivare principalmente dal lavoro dignitosamente retribuito, dalla produzione dei beni essenziali e da servizi universali efficienti.

Nella prospettiva proutista, aumento del potere d’acquisto, cooperazione, sviluppo industriale, decentramento e pianificazione territoriale sono parti di un unico sistema.

La produzione deve rispondere ai bisogni reali, generare occupazione locale e mantenere la ricchezza in circolazione, invece di concentrarla o trasferirla verso centri finanziari lontani.

Una proposta per l’Europa

La lezione britannica riguarda anche l’Italia e l’intera Unione europea. Sostituire un capo di governo non è sufficiente quando restano immutati i meccanismi che producono precarietà, spopolamento, dipendenza industriale e concentrazione della ricchezza.

Una trasformazione democratica dovrebbe favorire la successione d’impresa e i worker buyout, permettendo ai lavoratori di rilevare aziende sane che rischiano la chiusura o la delocalizzazione.

Dovrebbe sostenere la conversione graduale delle imprese di maggiori dimensioni in cooperative partecipate da lavoratori, tecnici e dirigenti.

Dovrebbe inoltre creare organismi territoriali di pianificazione capaci di collegare credito, formazione, ricerca, produzione, bisogni sociali e tutela ambientale.

Energia, acqua, grandi infrastrutture e altre attività strategiche non possono essere trattate unicamente come occasioni di rendita. Devono essere amministrate come servizi essenziali, secondo criteri di efficienza, trasparenza e utilità collettiva.

Non si tratta di scegliere tra il mercato senza regole e la centralizzazione statale. Esiste una terza possibilità: il socialismo cooperativo, nel quale il potere economico viene distribuito, la produzione è radicata nei territori e la libertà individuale si sviluppa insieme alla responsabilità collettiva.

La domanda che resta dopo Starmer

La risposta alla crescita del populismo non può consistere nella condanna morale degli elettori.

Quando le persone non possiedono strumenti democratici per intervenire nell’economia, la loro rabbia viene facilmente indirizzata contro migranti, minoranze, istituzioni sovranazionali o altri gruppi vulnerabili.

La risposta deve essere l’estensione della democrazia

Le dimissioni di Starmer possono essere ricordate come l’ennesimo episodio dell’instabilità britannica. Oppure possono diventare un avvertimento per tutte le forze progressiste europee: non basta amministrare più correttamente il sistema esistente.

Occorre trasferire potere economico verso i lavoratori, le comunità e i territori.

La stabilità politica non nasce soltanto da un leader più convincente o da una comunicazione più efficace. Nasce da una società nella quale le persone possano progettare il proprio futuro e partecipare alle decisioni che determinano il lavoro, il reddito e la qualità della vita.

La domanda decisiva, quindi, non è soltanto chi verrà dopo Starmer. È chi deciderà l’economia dopo il voto.

Fonte: Il NeoUmanista, luglio 2026, pagine 7-8.

Articolo originale: Il Neoumanista

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