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Dal welfare ai cannoni: la sicurezza che serve all’Italia

Dal welfare ai cannoni: la sicurezza che serve all'Italia

Il vertice NATO di Ankara ha riportato al centro della scena politica europea una parola pericolosa: riarmo. Il segretario generale Mark Rutte chiede agli alleati piani credibili per arrivare entro il 2035 al 5% del PIL: 3,5% per la difesa in senso stretto e 1,5% per spese collegate alla sicurezza. Ma dietro il linguaggio tecnico c'è una domanda semplice: chi decide l'uso della ricchezza collettiva?

MDE non ignora i conflitti, le aggressioni, le paure dei popoli e il diritto di ogni comunità a difendersi. La pace non si costruisce con dichiarazioni vuote, né con la resa davanti alla violenza. Ma proprio per questo bisogna rifiutare l'idea che la sicurezza coincida con l'aumento delle spese militari. Una nazione non è sicura perché compra più armi. È sicura se ha ospedali funzionanti, scuole, ricerca libera, case accessibili, lavoro stabile, energia e acqua sotto controllo pubblico, territori curati, famiglie libere dall'ansia economica.

Quando centinaia di miliardi vengono indirizzati verso l'industria bellica, quei soldi vengono sottratti ad altre possibilità. Ogni carro armato in più può significare un ospedale in meno, ogni missile può significare meno insegnanti, meno medici, meno manutenzione del territorio, meno edilizia popolare, meno sostegno alla ricerca civile. Questa non è propaganda pacifista astratta: è contabilità sociale. In una democrazia economica il bilancio pubblico deve essere giudicato dalla sua capacità di garantire le minime necessità e di innalzare il tenore di vita della popolazione.

MDE propone di rovesciare il ragionamento dominante. La difesa dell'Italia comincia dalla sua autosufficienza produttiva, agricola, energetica e tecnologica. Dipendere da multinazionali, speculazione finanziaria, catene globali e forniture estere significa essere vulnerabili prima ancora che inizi una guerra. Una comunità forte è quella che produce localmente ciò che serve, coordina cooperative e piccole imprese, protegge i beni comuni e usa la tecnologia per liberare tempo umano, non per licenziare o concentrare ricchezza.

Il riarmo europeo rischia invece di trasformare la paura in modello economico. Le lobby militari presentano le armi come crescita, innovazione e occupazione. Ma quale occupazione vogliamo? Vogliamo giovani ingegneri impegnati a costruire strumenti di distruzione, o a progettare energie pulite, ferrovie efficienti, cura del suolo, medicina, intelligenza artificiale pubblica, edilizia ecologica? Vogliamo un'Europa capace di cooperare con i popoli del Mediterraneo, o un'Europa chiusa in una corsa permanente agli armamenti?

La posizione di MDE è chiara: difesa sì, militarizzazione dell'economia no. Occorre distinguere tra protezione legittima dei cittadini e subordinazione dei bilanci pubblici agli interessi dell'industria bellica. La sicurezza deve essere democratica, trasparente, proporzionata e controllata dai popoli. Nessun governo dovrebbe poter spostare risorse verso i cannoni senza spiegare quali servizi sociali verranno sacrificati, quali interessi privati saranno favoriti, quali conseguenze pagheranno i lavoratori.

Per MDE la sicurezza è integrale: fisica, economica, sociale, ambientale e morale. È sicurezza avere una sanità pubblica universale. È sicurezza avere scuole gratuite e di qualità. È sicurezza non essere ricattati da affitti impossibili e salari insufficienti. È sicurezza avere acqua, elettricità, internet, ferrovie e materie prime strategiche gestite come beni comuni. È sicurezza vivere in territori non abbandonati al dissesto. È sicurezza poter formare una famiglia senza paura del domani.

L'Europa deve scegliere se diventare una grande caserma o una comunità di popoli solidali. MDE sceglie la seconda strada: cooperazione coordinata, piena occupazione, massima utilizzazione delle risorse, distribuzione razionale della ricchezza, minime necessità garantite a tutti. I cannoni possono difendere un confine; non possono costruire una società giusta. La giustizia sociale, invece, è la prima condizione di una pace duratura.

Articolo originale: Telegram

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