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Il PD scopre la crisi del lavoro… ma è troppo tardi

Il PD scopre la crisi del lavoro… ma è troppo tardi

Pierluigi Bersani ha recentemente riconosciuto, in un’intervista, che la sinistra italiana — e il PD in particolare — ha sostenuto politiche disdicevoli durante la massima espansione della globalizzazione. È un’ammissione che suona sincera, ma arriva con estremo ritardo. Mentre si tenta di costruire una nuova narrazione, resta il fatto che gran parte del Partito Democratico continua a difendere, apertamente o implicitamente, i pilastri ideologici di quel modello economico globale che ha causato l’impoverimento delle classi lavoratrici, lo smantellamento della sovranità economica e la frammentazione sociale.

Una crisi profonda e sistemica
Il problema non è stato solo il Jobs Act o altre riforme simbolo del neoliberismo. È stato l'intero impianto culturale: il mito del mercato autoregolato, della competitività come valore assoluto, della riduzione dello Stato sociale in nome dell’efficienza. In nome di questo approccio, i governi di centrosinistra hanno favorito delocalizzazioni, privatizzazioni e finanziarizzazione dell’economia. Hanno raccontato che “la marea solleverà tutte le barche”, ma milioni di persone sono state lasciate affondare.
E oggi, di fronte all’evidente fallimento di quel paradigma, si propongono solo piccoli correttivi, mentre la radice del problema — la concentrazione del potere economico — non viene mai realmente messa in discussione.

L’alternativa è chiara da tempo
L’alternativa reale non è più tra schieramenti convenzionali, ma tra due visioni del mondo: da una parte chi vuole concentrare sempre più potere economico nelle mani di pochi — supercapitalisti, oligarchi o funzionari di partito di alto rango — e dall’altra chi combatte ogni forma di concentrazione economica e promuove un modello fondato su giustizia sociale, partecipazione e distribuzione equa delle risorse.
Il Prout offre da decenni strumenti concettuali e pratici per costruire un’economia che metta al centro l’essere umano, non il profitto. Il principio della proprietà collettiva e cooperativa dei mezzi di produzione, il diritto universale ai bisogni fondamentali, il decentramento economico e il controllo democratico dell’economia sono i cardini di una vera alternativa al modello capitalista globale.

Il tempo dei compromessi è finito
Non bastano più alleanze elettorali costruite a tavolino, né programmi generici. Non si può costruire un’alternativa alla destra senza mettere radicalmente in discussione il modello economico dominante. E chi, come il PD, ha contribuito a costruire questo modello, non può ora porsi a guida del cambiamento senza una vera conversione politica e ideologica.
Non possiamo permettere che il dibattito venga ridotto a semplici aggiustamenti o ad appelli al voto “contro le destre”. Serve una proposta che parli di democrazia economica, redistribuzione della ricchezza, riappropriazione comunitaria dei beni comuni, riconversione ecologica dell’economia, cooperazione territoriale e pianificazione locale. Il PD ha abbandonato il modello avviato da Berlinguer, che puntava a una reale democratizzazione dell’economia, abbracciando invece i valori di un neoliberismo mitigato ma pericoloso, che ha eroso le basi sociali della sinistra.

Un progetto concreto per il futuro
MDE lavora da anni su questi temi, proponendo una visione alternativa oggi più che mai necessaria. Cooperazione coordinata, autosufficienza alimentare ed energetica, riforma fiscale basata sulla produzione reale, valorizzazione delle risorse locali, trasformazione delle imprese medio-grandi in cooperative: queste sono le basi concrete di un nuovo modello.
L’epoca dei rimpianti e delle autocritiche tardive è finita. Ora servono coraggio, coerenza e visione. Il fuoco della trasformazione sociale non si accende con la nostalgia o con la moderazione, ma con l’impegno quotidiano per una nuova forma di società, fondata su etica, equità e solidarietà.

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Il PD scopre la crisi del lavoro... ma è troppo tardi

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