Non è solo caldo: è il conto di un’economia che non protegge la vita
Scuole a 36 gradi, lavoratori esposti, tribunali costretti a fermarsi, città trasformate in camere calde. In Spagna si contano già centinaia di morti. In Italia la Cgil parla di circa un milione e mezzo di lavoratori a rischio. Non siamo davanti a un semplice problema meteorologico: siamo davanti al fallimento di un modello economico che considera la vita un costo e la prevenzione una spesa rinviabile.
Per MDE il punto è chiaro: un’economia giusta non si misura dai profitti, ma dalla sua capacità di garantire le necessità fondamentali di tutti. Casa, acqua, energia, salute, scuola, trasporti, lavoro sicuro non possono dipendere dall’emergenza del momento né dalla capacità individuale di pagare. Devono essere diritti materiali garantiti, organizzati e protetti.
Il caldo estremo rivela la verità sociale del Paese. Chi lavora nei cantieri, nei campi, nella logistica, nelle cucine, nelle fabbriche, nelle pulizie, nei servizi essenziali non vive la stessa estate di chi può chiudersi in un ufficio climatizzato. Chi abita in case vecchie, quartieri cementificati, periferie senza alberi e senza servizi subisce la crisi climatica molto più duramente di chi può permettersi isolamento, climatizzazione e seconde case.
Questa non è fatalità. È economia politica.
Secondo l’Ideologia del Prout, la produzione e l’organizzazione sociale devono servire le necessità reali della popolazione, non l’accumulazione privata senza limiti. Le risorse devono essere utilizzate al massimo e distribuite razionalmente, con potere economico nelle mani delle comunità locali. Significa che Comuni, territori, cooperative, lavoratori, consumatori e istituzioni pubbliche devono poter decidere come proteggere salute, acqua, energia, suolo, abitazioni e lavoro.
Serve quindi un piano nazionale e locale contro il caldo estremo: stop al lavoro nelle ore pericolose senza perdita di salario; obbligo reale di protezione nei luoghi di lavoro; scuole e ospedali messi in sicurezza climatica; case popolari riqualificate; alberature, ombra, fontane, centri pubblici climatizzati; trasporto pubblico efficiente; gestione dell’acqua come bene comune; energia essenziale a prezzo controllato.
Ma non basta adattarsi. Bisogna cambiare direzione.
Un’economia che cementifica le città, privatizza i servizi, precarizza il lavoro e lascia soli i cittadini davanti alle bollette non potrà mai proteggerci dalla crisi climatica. MDE propone una democrazia economica cooperativa: beni essenziali fuori dalla speculazione, industrie strategiche orientate al servizio, cooperative di produzione e consumo, pianificazione territoriale basata su bisogni reali, piena occupazione e aumento del potere d’acquisto.
Il caldo ci dice che la libertà non è solo votare ogni cinque anni. Libertà è poter respirare, lavorare senza rischiare la vita, mandare i figli a scuola in ambienti sani, curarsi, abitare una casa dignitosa, avere acqua ed energia sufficienti.
Quando un sistema non garantisce questo, non è moderno: è disumano.
Per questo MDE chiede una svolta: mettere la vita prima del profitto, la sicurezza prima della rendita, la cooperazione prima della competizione cieca. Il caldo estremo non è solo una crisi climatica. È il conto di un’economia sbagliata. E va cambiata adesso.
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